martes, 8 de febrero de 2011

Amos Oz e il conflitto israelo-palestinese: È un “divorzio equo” la soluzione?


     È molto chiarificatore leggere il piccolo libro di Amos Oz Contro il fanatismo  (Feltrinelli, 2008 - 6ª edizione), tanto per ciò che afferma sul fanatismo in generale, come per quello che dice sul conflitto tra Israele e Palestina e la soluzione che lui propone. Riguardo al conflitto, la sua posizione si può riassumere in pochi punti:

  • È un conflitto tra due diritti, tra due pretese ugualmente legittime alla stessa terra. Non si può inquadrare questo conflitto con una mentalità da film western che vuole sapere subito chi sono i buoni e chi i cattivi. Anche se può essere più facile riconoscere il diritto del popolo palestinese alla sua patria, nondimeno, è anche necessario riconoscere l’autenticità del legame ebraico con la sua terra.
  • Contrariamente al pregiudizio europeo che vede ogni conflitto come frutto di un malinteso che può essere risolto prendendo un caffè insieme o sottoponendosi ad una buona terapia di gruppo, questo è un conflitto reale.
  • Si risolve solo con un compromesso, che, come ogni compromesso, è doloroso; un compromesso che può essere paragonato ad un divorzio equo; a due divorziati che devono mettersi d’accordo per vivere sotto lo stesso tetto.
  • Mettersi d’accordo implicherebbe:
  • La creazione di due Stati indipendenti;
  • Il ripiego di Israele alle linee precedenti al 1967 tenendo conto grosso modo della distribuzione demografica della popolazione;
  • Uno statuto speciale per i luoghi santi di Gerusalemme;
  • Una giusta soluzione per i profughi palestinesi del 1948.

Graffito su un muro di Betlemme
      Anche per ciò che riguarda il fanatismo, le idee avanzate di Amoz Oz nel suo libro sono illuminanti. Ingegnosa è l’immagine del fanatico come “un punto esclamativo ambulante” (p. 35); utile il porre in risalto il legame tra fanatismo e disperazione e la necessità di generare speranza. Facile è essere d’accordo con la sua affermazione che “l’Islam moderato è l’unica forza che possa fermare il fanatismo islamico” (p. 36). Acutamente nota la facilità con cui paradossalmente la gente diventa “fanaticamente antifanatica, antifondamentalista, con cui intraprende una crociata antijihad” (p. 51). Como soluzione al fanatismo propone il senso dell’umorismo, il sapersi mettere nei panni dell’altro, il riconoscersi reciprocamente come penisole, legati alla terra ma soli di fronte all’oceano, l’imparare a vivere ‘in situazione aperte, entro conflitti non risolti, insieme alla diversità degli altri’ (p. 52). Amoz non crede “che l’amore sia la virtù grazie alla quale si possono risolvere i problemi internazionali. È di altro che abbiamo bisogno. Del senso di giustizia, ma anche del buon senso. E poi di immaginazione, una capacità profonda di immaginare l’altro, talvolta di metterci nei panni degli altri (p. 64)
    Un libro certamente arricchente e pieno di buoni spunti per la riflessione personale e per trovare insieme vie per la pace. Credo però, che andrebbe approfondito il diritto di Israele alla sua terra, e a quella terra in particolare. Questa pretesa che l’Autore afferma, anche riconoscendo che taluni possono avere difficoltà ad accettare, non viene giustificata sufficientemente nel libro ed è il vero nocciolo della questione. Como si fondamenta questo diritto? Nella religione, sulla base della tradizione biblica che vede quella terra data da Dio in eredità ai patriarchi? Sulla storia del popolo di Israele e la continuità della sua presenza in quei luoghi? Su un accordo internazionale? Per necessità vista la vulnerabilità di questo popolo senza terra e il complesso di colpa d’Occidente per la Shoah? Sulla forza e la convenienza geo-politica vista  la situazione vicino-orientale? Sulla politica dei ‘fatti compiuti’ e ‘irreversibili’? Questo deve essere chiarito ed in modo convincente per quelli che sono restii ad ammettere un tale diritto di Israele, affinché il ragionamento di Oz abbia forza.

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